blog-2018

di Virginia Casella

Fermamente convinto del suo senso etico e ignaro di che cosa fosse realmente la Fede, Giorgio Gaber è ancora oggi nella memoria di chi lo ricorda come quel cantautore “controcorrente” del dopoguerra. E così è descritto da Monsignor Rollando e Dal Bon, presidente della fondazione Gaber, che hanno avuto l’onore di conoscerlo.

La Fede è una ferita aperta che l’uomo tenta in tutti i modi di chiudere, consapevole però del fatto che non riuscirà nel suo intento” diceva Tibhon, filosofo e scrittore francese del novecento, ed è questo ciò che Gaber non si spiegava della Fede che lui riteneva come qualcosa capace di chiudere le ferite.

“Noi viviamo in un’ epoca nella quale vi è un eccesso di identità personale,egoismo e non pensiamo più alla solidarietà fra di noi” continua Monsignor Rollando ; Gaber sosteneva infatti che: “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé” e di conseguenza donare un po’ del proprio amore al prossimo fa stare bene. L’amore per il prossimo coincide con la carità alla quale spesso si rischia di porre un limite perchè consiste in una rinuncia a sé stessi che non tutti sono capaci di compiere.

L’uomo ha ormai rinunciato a quella capacità che lo avvicina a Dio e sceglie di non cercarlo più, ma i veri amici di Dio sono coloro che ancora lo ricercano in ogni azione, in ogni cosa, non quelli che affermano di averlo già trovato. “Siamo tutti in attesa” dice Gaber in una delle sue canzoni , ma che cos’è realmente questa attesa? Forse quella di scoprire che Dio c’è, che c’è sempre stato anche s enoi non ce ne siamo mai accorti ma che inconsapevoli abbiamo rincorso per tutta la vita.

Lo smarrimento del nostro Deserto non ci ha permesso di coltivare la vita contemplativa che da Monsignor Rollando viene paragonata alla chiglia di una barca che nonostante non si veda, c’è e permette alla barca di procedere. Evangelizzare significa umanizzare ovvero trovare nella propria vita piccoli spazi di silenzio, deserti in cui dedicarsi alla contemplazione e all’ascolto del battito del mondo .

Fra democrazia e un regime dittatoriale con a capo Gesù, quale sarebbe la sua scelta? Questa è la domanda che Dal Bon ha proposto a Monsignor Rollando il quale ha risposto affermando che il confronto fra le due opzioni non sussiste perchè un sistema con a capo Gesù sarebbe perfetto in quanto vi sarebbe attenzione al prossimo, solidarietà e carità ed è un sogno che in fondo tutti ci portiamo dentro. “La vita ha senso solo se condividiamo Amore” e quella di Gesù sarebbe perciò una dittatura d’amore.

L’evento si conclude infine con la visione di un breve filmato che racchiude momenti della carriera di musicista di Giorgio Gaber e con un’ennesima provocazione nei confronti della società degli anni 70.

Si è conclusa con lo spettacolo “Mi sembrò che una voce” a cura del Piccolo Teatro Orazio Costa di Pescara, dedicato alle opere di Elena Bono, la giornata del 2 Giugno del Festival della Parola.

La rappresentazione teatrale dei testi della scrittrice di origine laziale ma, chiavarese d’adozione, ha suscitato interesse ed emozioni da parte di tutto il pubblico presente, anche grazie all’eccezionale bravura degli attori. L’inizio dello spettacolo è stato incentrato sulla figura di Elena Bono, in quanto poetessa, e del ruolo che il poeta deve mantenere nello svolgere il suo lavoro. Come affermava Goethe: “Tu poeta, lavora e non parlare”, il poeta è colui che lavora attraverso la parola e l’arte è quindi “dire parole di vita eterna”. L’ispirazione è momentanea, fulminea; l’elaborazione è invece la parte più complessa e faticosa ma che è necessario compiere.

La rappresentazione de “La morte di Adamo” è stata ricca di pathos ed ha provocato una visione catastrofica dell’avvenimento; la lotta fra Dio e l’uomo, fra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto sono stati i temi centrali dello spettacolo. Largo spazio è stato anche dedicato alla smisurata Fede di Elena Bono, la quale considerava la fiducia in Dio, l’unica salvezza degli uomini, in quanto presente anche nell’individuo più misero. L’autrice nell’opera si ritiene essere una “cattiva cristiana” perché non ha saputo riconoscere la presenza di Dio nel personaggio a lei ostile. Elena non ha saputo resistere di fronte al male ed esso stesso ha cominciato a tessere la sua ragnatela dentro di lei.

La parte finale dell’esibizione è stata invece dedicata principalmente al personaggio di Aldo Gastaldi “Bisagno” di cui, durante la sua giovinezza, la poetessa aveva incontrato lo sguardo e ne era rimasta talmente affascinata, al punto da definirlo la sua “Guida” nella vita e colui che era capace di lasciare speranza.

Lo spettacolo si è infine concluso con un riferimento al tempo, paragonato ad una “casa dalle innumerevoli stanze, in cui tutto è per sempre”. Ed è proprio così: il tempo è per sempre e devono essere le persone a ricercare la propria vocazione e ad impiegarlo nel miglior modo possibile, lasciandosi affascinare dall’arte.

di Alessandro Agazzi

Durante i giorni del festival della parola di Chiavari, i ragazzi del Liceo Marconi Delpino (Samir Sayadi, Davide Gnecco, Angelica D’Elia e Ginevra Garibaldi) hanno svolto visite guidate lungo il percorso del parco di Villa Rocca illustrando ai visitatori gran parte della vegetazione, della flora e delle strutture presenti nel parco.

La composizione del parco di Villa Rocca, è dovuta alla famiglia chiavarese Rocca, la quale con l’intenzione di creare una collezione di piante proveniente da diverse parti del mondo, comprò nel 1903 il terreno accanto al Palazzo Costaguta. Per compiere questa loro ambizione assegnarono all’architetto Polinice la creazione del progetto, finito nel 1908. Posteriormente, il parco è stato dato alla città. Il raccordo fra il parco e il giardino fu fatto attraverso uno scalone monumentale composto da un ninfeo sull’asse del palazzo in corrispondenza dell’entrata da via Costaguta. All’interno del parco si possono vedere cascate, grotte, il padiglione del tè, laghetti, un tempietto e panorami dispersi tra di loro; tutti elementi di origini molto vaste che i ragazzi del Marconi Delpino hanno spiegato in maniera dettagliata. La grande diversità della vegetazione è sicuramente l’elemento più caratteristico di questa zona, si possono trovare piante di origini completamente diverse, ad esempio la vegetazione cinese è molto presente nel parco, con ginco bilobi, oppure piante come il bambù.

Dall’altra parte del mondo, vi sono le jacarande (ovviamente presenti nel parco), che come dicevano i ragazzi, sono alberi di origine brasiliana alti fino a 15 metri, che presentano foglie bipennate e fiori blu-violetti che appaiono a giugno e a settembre. I frutti legnosi dell’albero contengono vari semi simili alle nacchere.

Un altro albero particolare presente a Villa Rocca è il banano; una pianta tropicale erbacea dall’aspetto arboreo, il fusto è costituito da grandi foglie avvolte l’una sull’altra, i fiori portati dal fusto centrale si riuniscono in una spiga terminale producendo così un insieme di frutti detto casco. Nell’antichità il banano veniva apprezzato non per i suoi frutti ma per il germoglio centrale dei suoi fusti.

Un tipo di pianta molto presente in Liguria, ma non meno importante è la camelia, che come dicevano gli studenti liceali, proviene dalle zone tropicali dell’Asia. Esse sono coltivate principalmente in Francia e iniziarono a comparire sulle coste liguri (tra il 1820 e il 1830) dopo la pubblicazione del romanzo di Dumas “La signora delle camelie” che diffuse la moda di coltivare camelie. Il floricoltore chiavarese Alessandro Botti è creatore di numerosi ibridi di camelie, come la “bella di Chiavari” e “dittatore Garibaldi”. Nel punto più alto di Villa Rocca, oltre ad esserci una vista stupenda, si può apprezzare (tra le tante cose) la Washintonia, un albero che deve il suo nome a George Washington ed è in grado di resistere fino a -15º centigradi.

Per quanto riguarda le strutture più rappresentative di questa zona, i ragazzi del Marconi Delpino hanno ricordato il Tempietto Pompeiano che veniva usato dai musicisti per suonare le proprie opere.

Durante il percorso vi sono state numerose performance teatrali.

Di Giorgio Cella e Andrea Rocca

“Noi non abbiamo fatto il 68, ci è capitato addosso”. Così il professore L. Pero (nella foto), del Politecnico di Milano, risponde alla domanda della giornalista Paola Pastorelli, riguardo l’inizio di quel movimento che coinvolse molti ambiti della società e che trovò una partecipazione senza precedenti. L’Italia, negli anni ’60, si presentava come un paese appena uscito dalla guerra, in piena ricostruzione, con un forte sviluppo industriale ed economico, che stava trasformando radicalmente il benessere Italiano, permettendo al Paese di lasciarsi alle spalle la grande povertà che nei secoli precedenti lo aveva afflitto. In questo quadro di apparente modernizzazione dello stato, una cosa restava ancora troppo legata al passato, incapace di rispondere alle esigenze di quegli anni: la struttura sociale.

Gli operai all’interno delle industrie, che in molti casi erano immigrati provenienti dal mezzogiorno, lavoravano in condizioni estremamente difficili, e la possibilità di riunirsi in asemblee fu uno dei traguardi importanti di quegli anni. Allo stesso modo all’interno del sistema scolastico, la partecipazione degli studenti all’organizzazione della scuola era pressoché inesistente, si chiedeva un aggiornamento delle materie di studio; i licei erano ancora divisi tra maschili e femminili, vi era un rigoroso dress-code in particolar modo per le ragazze. Nelle famiglie vi era ancora una visione piuttosto antiquata in cui il padre era una sorta di padrone ed alcuni argomenti come ad esempio il sesso erano un tabù.

Di fronte a questa situazione, il malcontento portò a svariate proteste e ad esempio all’occupazione delle università. Lo stesso L. Pero racconta dell’occupazione dell’università Cattolica di Milano, di cui egli stesso si rese partecipe e da cui venne successivamente espulso.

Il discorso si sposta poi ai nostri giorni in cui vi è un forte bisogno di cambiamento, paragonabile a quello degli anni precedenti il ’68, a differenza della mancanza di partecipazione dei cittadini. I due professori confidano che essa possa tornare anche nei tempi attuali, attraverso incontri casuali che possano permetterci di capire dei valori nuovi, non formulati, ma vissuti.

Di Sara Defranchi

“La politica è una passione durevole”. Con questa frase di Che Guevara l’Onorevole Fausto Bertinotti inizia il suo intervento, moderato dal giornalista Bernardini, tenutosi il 2 Giugno presso l’Agorà della Parola. La passione per la politica, che ha mantenuto, anche dopo che la sua professione si è conclusa, ha spinto l’ex politico a sostenere questo convegno in onore dei 70 anni di Costituzione, pretesto per fare chiarezza su alcuni temi di cui, in questo ultimo periodo di tensione politica, si discute parecchio, ma spesso con molta ambiguità.

Dopo i risultati elettorali, si è diffusa l’idea che tutte le istituzioni, compresa la Repubblica stessa, debbano essere orientate secondo la volontà popolare prevalente, e dunque che siano lo specchio dei rapporti di forza vincenti; ma il rapporto tra istituzioni e repubblica è stato pensato così dai costituenti? No.

La costituzione è nata in un momento in cui, dopo la nascita della Repubblica, non si sapeva ancora quale partito avrebbe vinto (i costituenti, per citare Bertinotti, erano coperti dal “velo dell’ignoranza”), dunque fu stabilito un ordinamento bilanciato che proteggesse dal rischio della sopraffazione della maggioranza sulla minoranza.

Il parlamento è nato proprio per questo obiettivo, dunque come luogo di discussione, per decidere e convincere, in quanto l’unico modo in democrazia di vincere è convincere. Ma in ordine di potere, ancora sopra al parlamento, vi è la costituzione, che indica un’idea di società che è quella a cui tutti, a prescindere dagli schieramenti, devono concorrere: una democrazia che tenda all’uguaglianza.

La caratteristica della costituzione è l’equilibrio; si può dire, dunque, che ciò a cui il popolo e la politica attuale mirano, ovvero il raggiungimento di un compromesso tra di essi, vada contro al senso della costituzione. Ma sono state le istituzioni ad abbandonare il popolo o viceversa? Per Bertinotti, si è abbandonato il dialogo e sono nati i conflitti tra popolo e sovranità quando le istituzioni hanno smesso di essere l’espressione del popolo, e da “sovrane” si sono ridotte a semplici “palazzi”.

Il dialogo tra l’Onorevole e il giornalista Bernardini si è concluso con l’ascolto di “Benvenuto il luogo dove”, canzone dell’artista Giorgio Gaber, che grazie alla forza profetica tipica dell’arte riesce a vedere nella realtà ciò che potrebbe sfuggire se non si guarda con adeguata attenzione. L’Italia che Gaber descrive con uno sguardo d’amore ma anche con un’analisi drammatica è il posto in cui “tutto è calcolato ma non funziona niente”, dove “per mettersi d’accordo si ruba onestamente”.