Condividi su:

Di Filippo Poggianti e Mosto Giorgio

Spesso le figure più conosciute sono anche le più complesse, questo accade ai giorni nostri, ma è sempre accaduto fin dai primi secoli della civiltà.

Uno dei più lampanti esempi può essere Socrate, e proprio di questo ha voluto parlare M. Bonazzi, insegnante di storia e filosofia antica all’Università di Milano e all’Università di Utrecht, nell’intervento che ha effettuato il 2 Giugno in occasione del Festival della Parola.

La riflessione è partita dall’avvenimento più conosciuto della vita del filosofo, ma anche il più controverso, il processo e la conseguente morte; questo è paradossale; infatti, di uno dei più grandi pensatori della storia occidentale, forse il padre della filosofia, noi ricordiamo più la sua morte che tutta la sua attività filosofica. Questo avviene poiché, in realtà, di Socrate non abbiamo notizie certe, se non quelle che vennero tramandate dal suo più grande allievo: Platone. Egli voleva difendere e esaltare la figura di Socrate, celebrarne la sua grandezza intellettuale, morale e politica, ma proprio nell’avvenimento più catastrofico della vita sua vita, la morte, ritrova tutta l’ambiguità del maestro;

Per analizzare la situazione di Socrate è però necessario comprendere in quale contesto sociale si articolava la sua attività. Ad Atene a causa delle disavventure politiche, come il governo dei 30 tiranni, era venuto a delinearsi un mondo caratterizzato da un “politeismo dei valori”, cioè da una circolazione di valori incompatibili tra loro, che provocavano nella società una confusione tale da portare alla chiusura delle persone nelle certezze personali, quindi nelle abitudini o nei pregiudizi. La figura di Socrate si individua nella società come colui che vuole andare contro queste convinzioni; egli vuole opporsi alla semplicità della chiusura e vuole esplorare la complessità dell’apertura, essendo però anche un uomo civile, egli non vuole solo sfidare se stesso a compiere questa esperienza impegnativa, ma vuole anche aiutare il popolo, non dicendo alla gente cosa deve pensare, ma, togliendo il terreno della sicurezza sotto i piedi degli interlocutori dei suoi dialoghi, insegnando come pensare.

Proprio per questo la sua figura risulta fastidiosa agli occhi di molti, poiché per compiere questo compito il filosofo deve porsi in una posizione scomoda, Socrate infatti, in alcuni dialoghi platonici, viene paragonato ad un tafano, essere spregevole che finisce per essere schiacciato, alludendo alla morte del filosofo, e ad un animale innocuo che quando viene toccato da la scossa, indicando metaforicamente l’azione che Socrate svolge nei confronti della gente.

Socrate vuole quindi essere educatore per la società, poiché ritiene sia l’unico modo per risvegliarla dal sonno delle sicurezze e dei pregiudizi, per fare questo però il filosofo ha bisogno del tempo necessario, tempo che non gli viene dato dalla società che lo accusa e lo condanna a morte. Ecco che quindi si riesce a comprendere l’importanza di questo avvenimento, che non risulta più un fallimento come credeva Platone, ma il compimento della sua missione di educatore e di filosofo per continuare a seguire la giustizia pur essendo stato condannato ingiustamente. Quindi con la sua morte, riafferma la fedeltà alla legge.

La figura di Socrate viene quindi a ricordare anche a noi che, bisogna pazientare che l’educazione porti i frutti desiderati e non precipitarsi in giudizi affrettati.