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Di Giorgio Cella e Andrea Rocca

“Noi non abbiamo fatto il 68, ci è capitato addosso”. Così il professore L. Pero (nella foto), del Politecnico di Milano, risponde alla domanda della giornalista Paola Pastorelli, riguardo l’inizio di quel movimento che coinvolse molti ambiti della società e che trovò una partecipazione senza precedenti. L’Italia, negli anni ’60, si presentava come un paese appena uscito dalla guerra, in piena ricostruzione, con un forte sviluppo industriale ed economico, che stava trasformando radicalmente il benessere Italiano, permettendo al Paese di lasciarsi alle spalle la grande povertà che nei secoli precedenti lo aveva afflitto. In questo quadro di apparente modernizzazione dello stato, una cosa restava ancora troppo legata al passato, incapace di rispondere alle esigenze di quegli anni: la struttura sociale.

Gli operai all’interno delle industrie, che in molti casi erano immigrati provenienti dal mezzogiorno, lavoravano in condizioni estremamente difficili, e la possibilità di riunirsi in asemblee fu uno dei traguardi importanti di quegli anni. Allo stesso modo all’interno del sistema scolastico, la partecipazione degli studenti all’organizzazione della scuola era pressoché inesistente, si chiedeva un aggiornamento delle materie di studio; i licei erano ancora divisi tra maschili e femminili, vi era un rigoroso dress-code in particolar modo per le ragazze. Nelle famiglie vi era ancora una visione piuttosto antiquata in cui il padre era una sorta di padrone ed alcuni argomenti come ad esempio il sesso erano un tabù.

Di fronte a questa situazione, il malcontento portò a svariate proteste e ad esempio all’occupazione delle università. Lo stesso L. Pero racconta dell’occupazione dell’università Cattolica di Milano, di cui egli stesso si rese partecipe e da cui venne successivamente espulso.

Il discorso si sposta poi ai nostri giorni in cui vi è un forte bisogno di cambiamento, paragonabile a quello degli anni precedenti il ’68, a differenza della mancanza di partecipazione dei cittadini. I due professori confidano che essa possa tornare anche nei tempi attuali, attraverso incontri casuali che possano permetterci di capire dei valori nuovi, non formulati, ma vissuti.