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Di Sara Defranchi

“La politica è una passione durevole”. Con questa frase di Che Guevara l’Onorevole Fausto Bertinotti inizia il suo intervento, moderato dal giornalista Bernardini, tenutosi il 2 Giugno presso l’Agorà della Parola. La passione per la politica, che ha mantenuto, anche dopo che la sua professione si è conclusa, ha spinto l’ex politico a sostenere questo convegno in onore dei 70 anni di Costituzione, pretesto per fare chiarezza su alcuni temi di cui, in questo ultimo periodo di tensione politica, si discute parecchio, ma spesso con molta ambiguità.

Dopo i risultati elettorali, si è diffusa l’idea che tutte le istituzioni, compresa la Repubblica stessa, debbano essere orientate secondo la volontà popolare prevalente, e dunque che siano lo specchio dei rapporti di forza vincenti; ma il rapporto tra istituzioni e repubblica è stato pensato così dai costituenti? No.

La costituzione è nata in un momento in cui, dopo la nascita della Repubblica, non si sapeva ancora quale partito avrebbe vinto (i costituenti, per citare Bertinotti, erano coperti dal “velo dell’ignoranza”), dunque fu stabilito un ordinamento bilanciato che proteggesse dal rischio della sopraffazione della maggioranza sulla minoranza.

Il parlamento è nato proprio per questo obiettivo, dunque come luogo di discussione, per decidere e convincere, in quanto l’unico modo in democrazia di vincere è convincere. Ma in ordine di potere, ancora sopra al parlamento, vi è la costituzione, che indica un’idea di società che è quella a cui tutti, a prescindere dagli schieramenti, devono concorrere: una democrazia che tenda all’uguaglianza.

La caratteristica della costituzione è l’equilibrio; si può dire, dunque, che ciò a cui il popolo e la politica attuale mirano, ovvero il raggiungimento di un compromesso tra di essi, vada contro al senso della costituzione. Ma sono state le istituzioni ad abbandonare il popolo o viceversa? Per Bertinotti, si è abbandonato il dialogo e sono nati i conflitti tra popolo e sovranità quando le istituzioni hanno smesso di essere l’espressione del popolo, e da “sovrane” si sono ridotte a semplici “palazzi”.

Il dialogo tra l’Onorevole e il giornalista Bernardini si è concluso con l’ascolto di “Benvenuto il luogo dove”, canzone dell’artista Giorgio Gaber, che grazie alla forza profetica tipica dell’arte riesce a vedere nella realtà ciò che potrebbe sfuggire se non si guarda con adeguata attenzione. L’Italia che Gaber descrive con uno sguardo d’amore ma anche con un’analisi drammatica è il posto in cui “tutto è calcolato ma non funziona niente”, dove “per mettersi d’accordo si ruba onestamente”.