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di Giorgio Cella e Giorgio Mosto

La compagnia teatrale Marconi-Delpino in scena presso l’ Auditorium San Francesco, oggi 31 Maggio, ha portato alla luce come la Sicilia nella sua storia fin dall’antichità abbia dovuto subire soprusi, tirannie e lo spettro dell’omertà. Nel corso della rappresentazione si sono confrontati due tra i più celebri processi del mondo antico e di quello contemporaneo.

Prima di tutto siamo stati di fronte al processo portato avanti dal giovane avvocato Marco Tullio Cicerone schierato dalla parte del popolo contro Verre, ex governatore della Sicilia, accusato di concussione ed estorsione ai danni dei cittadini intorno agli anni 70 a.C.;in secondo luogo abbiamo assistito al primo maxi-processo alla mafia avente 474 imputati avvenuto il 10 febbraio 1986 e portato avanti dal coraggioso magistrato Alfonso Giordano e coordinato dall’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

Lo spettacolo è iniziato con un breve monologo circa le meraviglie sicule costrette a convivere con le mille contraddizioni dovute a soprusi e violenze che da sempre caratterizzano quella terra.

Tra i due processi il primo fattore comune riscontrato è il tentativo vano da parte degli imputati di rimandare la data o cambiare la sede del processo per avere a disposizione giudici e magistrati a proprio favore.

La prima parte riprendeva l’arringa di Cicerone contro l’operato di Verre e la sua rete di conoscenze tra cui il genio del raggiro Trimarchide e quella di Alfonso Giordano contro le malefatte della schiera dei mafiosi e dei loro principali esponenti. Il corpo centrale della rappresentazione era composto dall’intervento dei testimoni, tra cui alcuni pentiti. Nel primo processo, una giovane ragazza riporta coraggiosamente le violenze inferte ad un libero cittadino da parte di Verre, senza alcun processo; ed invece nel secondo Biscetta, un pentito di mafia, descrive le modalità d’azione dello spietato Rina e dello stratega Provenzano;in aggiunta a questa dichiarazione un altro testimone riporta la vicenda dell’amato Don Pino Puglisi che riuscì a convertire i suoi assassini con un sorriso prima di morire. Quasi al termine della rappresentazione fa la sua apparizione sulla scena l’unica imputata donna dell’organizzazione di Cosa Nostra.

La parte conclusiva dello spettacolo è stata affidata ad un toccante monologo accompagnato da un velo di ironia con l’intento di far riflettere sul grande problema della mafia incombente ancora oggi in Sicilia, preceduto da una breve trattazione dell’esito dei due processi eseguito dai due corpi narranti. L’intero spettacolo è stato accompagnato dalle componenti musicali della compagnia.