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Di Sara Defranchi e Filippo Poggianti

Cos’è stato il ’68? Cosa è ancora oggi il ’68? A discutere sull’argomento sono intervenuti l’autore G. Galletta e il giornalista F. Fusi, in un dialogo con il responsabile dell’edizione Levante de Il Secolo XIX R. Pettinaroli.

L’intervento ha avuto inizio con un video che si offriva come visita guidata all’interno della mostra, organizzata a Genova nel 2017, presso la Loggia degli Abati, nata intorno ai documenti (articoli, libri, manifesti,…) dell’archivio di Genova sulle contestazioni di quel particolare momento storico. Nel filmato inoltre erano proposte interviste di alcuni donatori del materiale; tra le persone intervistate sono stati significanti gli interventi dello storico Manlio Calegari e del medico Bruno Piotti.

Il primo ha evidenziato come non vi sia una ricostruzione precisa dei fatti e delle sequenze e come il ’68 sia stato diverso, in modi e momenti, in base alle università, e che solo con il passare del tempo si sia sviluppata l’idea di un unico grande movimento, caratterizzato da proteste, assemblee e scontri non drammatici, che stava cambiando le sorti dell’Italia.

Le questioni che prima erano discusse esclusivamente dal parlamento e dalle associazioni iniziarono in questo momento ad interessare gli studenti, che chiedevano di rivedere gli statuti, la consistenza delle materie e i sistemi degli esami. I docenti, appoggiati dalle istituzioni, si scontrarono con gli studenti, sostenendo che fossero inaccettabili le loro richieste e che dovessero restare entro i limiti di riceventi passivi di informazioni.

Genova fu anticipatrice della lotta nata dal rifiuto di accettare queste condizioni, e nel 67, come ricorda il medico B. Piotti, iniziò una serie di occupazioni delle facoltà scientifiche. L’occupazione non era solo un momento per protestare ma per partecipare, per fare assemblea: il momento di democrazia diretta nel quale erano coinvolti tutti, al di là del ceto sociale.

In seguito alla visione del video, Flavio Fusi ha raccontato, in quanto testimone diretto, come ha vissuto quegli anni da studente, prima liceale, a Grosseto, e poi universitario, a Firenze. Egli parla di quel periodo con grande nostalgia, descrivendolo come un’esperienza interessante, un movimento irripetibile e terreno di cultura per importanti questioni che verranno poi affrontate.

In quanto ragazzi, però, non potevano vivere quegli eventi come storici: “Credevamo fosse una rivoluzione, invece era una generazione”. Pur rendendosi conto che la situazione economica e politica italiana, rispetto alle speranze che quegli anni avevano portato, si stava chiudendo, ricorda piacevolmente la capacità dei ragazzi di mettersi in discussione e di cambiare prospettiva. Questa energia vitale è ciò che ha colpito anche Giuliano Galletta; egli ha inoltre analizzato il giudizio che viene attribuito a quegli anni, ritenendo che, essendoci ancora un uso politico del ’68, non vi possa essere una distaccata analisi storica. Per lui quella generazione ha dato vita ad un movimento di rottura rispetto alla società del post guerra caratterizzata dal boom economico, che prometteva una felicità contrapposta però ad un mondo che non poteva garantirla, a partire dalla situazione arcaica delle università. Infine l’autore ha voluto sottolineare come il tema della lotta armata si discosta dalle idee del ’68, e, anche se alcune persone sono transitate dal movimento studentesco agli anni di piombo, collegare i due movimenti sarebbe un “errore madornale”.

In conclusione l’incontro è stata un’occasione per riflettere sull’importanza di quegli anni che sono stati fondamentali per delineare gli sviluppi della storia italiana successiva.