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slurp“Slurp. Dizionario delle lingue italiane. Lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati”, un titolo, una promessa.

Spettacolo irriverente e dalle linee taglienti, è stato quello di Marco Travaglio, domenica sera al Teatro Cantero di Chiavari. Più di due ore all’insegna di una satira arguta, da Tangentopoli ai giorni nostri.

Sono stati innumerevoli gli sfottò rivolti ad altri giornalisti che negli anni si sono rifiutati di prendere posizione, vendendosi al potente di turno: “Il segreto è non avere una faccia, così non si rischia di perderla” afferma il protagonista assoluto della serata. In pieno “stile Travaglio” anche i riferimenti a personaggi noti della scena politica italiana spudoratamente citati più e più volte, senza risparmiare nessuno.

Il recital funziona sotto tanti aspetti e uno si questi è senza alcun dubbio la ricerca archivistica effettuata con cura, che lo stesso ha saputo commentare con acume e ironia, grazie anche alla compagna di palcoscenico Giorgia Salari. Il pubblico si è lasciato trascinare per tutta la durata della rappresentazione in un susseguirsi di risate e fragorosi applausi.

Pretendere un’informazione corretta e limpida è pertanto l’incoraggiamento che il giornalista ci rivolge alla fine del suo show, facendosi messaggero di quegli ideali di libertà d’espressione e di stampa che non dovrebbero mai essere sottovalutati, soprattutto nella società moderna. Noi, nel nostro piccolo, anzi piccolissimo, ci proviamo.

Rebecca Apicella e Caterina Cammilleri

20Sigaretta fra le dita, sguardo stanco, voce roca e un sorriso gentile. Ci si presenta così Marco Travaglio, dopo il magnifico spettacolo che ha indiscutibilmente riempito il Teatro Cantero di Chiavari.7

Avevamo preparato parecchie domande, le avevamo imparate e ripetute, eppure le gambe tremavano lo stesso. Del resto, a quanti diciassettenni capita di intervistare uno dei giornalisti più affermati degli ultimi anni? Ci concediamo l’agitazione e cominciamo con l’intervista.

Come possiamo ricercare un’informazione libera da contaminazioni ed essere sicure che questa notizia sia, prima di tutto, vera?

Bisogna essere sicuri che colui che te l’ha fornita ti indichi le fonti, ti dia la possibilità di verificarla ed eventualmente di smentirla. Tutte queste sciocchezze che chiamano “fake news”esistevano anche un tempo: si chiamavano “balle” e stavano sui giornali, le radio, la televisione e su tutti i mezzi di comunicazione che nel corso del tempo si sono succeduti e affastellati. È un procedimento faticoso, bisogna prima fare un lavoro di confronto tra le varie testate e i vari giornalisti, ed è difficile trovare quelli che si ritiene affidabili e quelli che non si ritiene affidabili. Io, per esempio, mi fido della Gabanelli perché nel corso degli anni non mi ha mai ingannato. Ovviamente se a qualcuno piace leggere un certo tipo di giornale e quello gli offre il servizio che lui si aspettava è bene che lo sostenga, se non glielo dovesse offrire può protestare, interloquendo con i giornalisti che non svolgono il servizio per cui sono pagati e per cui noi paghiamo in edicola o tramite il canone. Oggi con i social è facile raggiungere il giornalista, per ringraziarlo quando fa bene il suo mestiere oppure contestare quando lo esegue male.

“Slurp”, il recital che ha messo in scena questa sera, si basa soprattutto sull’utilizzo della satira, lo considera un mezzo utile ed efficace?

È un linguaggio, secondo me, il più utile che ci sia. Perché usando questo anziché la predica o l’invettiva annoi meno e i concetti rimangono più impressi. Racchiudendo un concetto in una battuta rimane molto più nella mente, che non facendo una filippica che, dopo un po’, ti stufa. Penso che in questi anni la satira sia stata così combattuta da regimi e guerre proprio perché è il linguaggio più efficace che ci sia. Spesso una vignetta o un aforisma sono più utili per capire un problema che tanti libri e saggi. È immediata e fulminante, quindi utilizzandola catturi l’attenzione dei lettori o degli spettatori. Ti fa ridere e allo stesso tempo riflettere, non è una barzelletta.

Quanto sarebbe potuta essere diversa la sua carriera se non avesse avuto l’ardire di prendere decisioni così nette e talvolta scomode?

Sarei considerato come tanti che galleggiano nel grigiore generale e si barcamenano. È chiaro che quando prendi posizione e fai nomi e cognomi, dicendo sempre come la pensi, ovviamente ti fai una serie di nemici. Enzo Biagi mi diceva sempre: “Non puoi avere sempre l’approvazione dall’alto e dal basso, devi scegliere”, se vuoi l’approvazione dal basso devi fare un certo percorso, se vuoi quella dall’alto devi farne un altro. Ho molta gente che mi ringrazia e tanti, magari, non avevano capito niente. Quando criticavo Berlusconi pensavano che lo facessi perché ero di sinistra, poi hanno visto che criticavo anche i governi di sinistra, allora si sono rassegnati. Io non prendo posizioni per partito preso, lo faccio perché ho delle idee e le applico in maniera imparziale. Ogni tanto dicono che sono dei 5Stelle, ma non ha senso. Loro dicono oggi delle cose che io dicevo vent’anni prima che loro nascessero, come potrei dire di non essere d’accordo quando dicono cose che condivido? Quando dicono idiozie, lo esprimo chiaramente.

Perciò quanto è importante “metterci la faccia” e prendersi la responsabilità delle proprie azioni, in politica, come nel giornalismo?

Soprattutto nell’era dei social dove c’è un bombardamento di input che vengono da tutte le parti, sarà sempre più importante la riconoscibilità e la credibilità che ci si guadagna nel corso degli anni. Si andrà sempre di più alla ricerca della firma, proprio per riuscire a districarsi in quella giungla di messaggi contraddittori che arrivano. Per cui quando si riconosce un nome o una faccia di cui ti puoi fidare, lì ti fermi. Ciò però si costruisce negli anni, non è una cosa immediata, coloro che nascono con un exploit improvviso solitamente durano poco.

Ha definito la “post-verità” uno “spauracchio generale”, cosa ne pensa?

Le “balle” che girano sui giornali e sulle televisioni sono ancora più pericolose perché c’è una testata alle spalle. “Lo ha detto il TG1, lo ha ripetuto il TG5, c’è scritto sul Corriere e lo ha dichiarato Repubblica… Allora sarà vero”. Su giornali e tv c’è un ipse dixit che sul web non c’è. Lì sai che puoi trovare di tutto, quindi quelle che chiamano “fake news” e post-verità si annullano a vicenda, invece quando circolano nei luoghi più sacri dell’informazione faticano maggiormente ad essere smentite.

Rebecca Apicella e Caterina Cammilleri

9Le valli, i fiumi, le spiagge, i monti, il mare, le strade e i sentieri dell’estremo Ponente ligure sono le radici dello scrittore Alberto Pezzini, che, “nel mezzo del cammin” della sua vita, fece i conti con esse, descrivendole nel libro “Viaggio nel Ponente ligure. Il confine sconosciuto”.

Questa sera Alberto e lo scultore chiavarese Franco Casoni ne hanno presentato i contenuti presso la pasticceria Copello che ha deliziato i presenti con tartine e spumante. Il viaggio inizia dalle nebbie autunnali del paese di Triora dove nel Medioevo si consumò una feroce caccia alle streghe, che non erano altro che avvenenti donne dalla molta conoscenza delle erbe medicinali. Queste donne, invidiate e quindi facilmente eliminabili, furono identificate come le colpevoli di una grave carestia.

L’autore paragona la caccia alle streghe a “Tangentopoli”, anch’essa avvenuta in seguito ad una crisi economica. Le strade di Sanremo, invece, ospitarono Italo Calvino e il suo giardiniere, anzi botanico, Libereso Guglielmi, e custodirono un magnifico giardino, il quale ispirò varie opere di Italo. Quest’ultimo, dall’ancora italiana Mentone, scriveva dell’incredibile cambio di sfumatura del colore del mare da azzurro a profondo blu tra Ventimiglia e la cittadina attualmente francese.

Un mare dal quale i pescatori raccoglievano nelle reti le acciughe che divennero trait d’union tra Liguria e Piemonte, infatti i liguri scambiavano, attraverso la Via del Sale, acciughe con altre merci (spesso il preziosissimo sale). Un mare che scava rocce formando paesaggi come quello dei Balzi Rossi. Subito sopra la costa troviamo i monti alpini di oltre 2000 metri di quota: questa è la peculiarità paesaggistica della Liguria. Talvolta si possono trovare rocce dolomitiche e foibe carsiche, insomma il Ponente, come il Levante, è ricco di segreti e di gioielli da riscoprire,nonché di tradizioni da conservare.

Paolo Ricciardi

gigante-egoista“Che cos’è la parola?”, con questa domanda si è aperta la rappresentazione a cura del Laboratorio Teatrale Arteando, presso la tensostruttura di Villa Rocca questo pomeriggio, che ha visto protagonisti alcuni bambini nella storia del Gigante Egoista opera di Oscar Wilde.

Secondo quanto detto da una delle organizzatrici, la recita, pur mantenendo i caratteri generali del racconto, è stata modificata per renderla più adatta ai ragazzi, con l’obiettivo di avvicinarli alla bellezza della parola.

I giovani attori hanno interpretato i vari personaggi, raccontando la storia di un gigante che, di ritorno dopo anni di assenza, trova il cortile di casa occupato da bambini che giocano. In un primo momento egli li caccia, per poi rendersi conto che senza la loro allegria, il gelo e la neve non avrebbero mai abbandonato il giardino. Decide, così, di farli tornare aiutandone uno a salire su un albero. Quest’ ultimo però si rivela anni dopo essere Gesù Bambino e accompagna il gigante, ormai vecchio, in Paradiso.

I ragazzi hanno recitato alla perfezione complesse battute, salendo sul palco in una danza di costumi colorati, realizzati con l’aiuto di alcuni genitori, e impressionando con la loro bravura i numerosi spettatori. La storia, ricca di significato, è stata inoltre accompagnata da un’interprete che ha tradotto nel linguaggio dei segni (LIS) ogni parola.

L’evento si è concluso con la presentazione dei piccoli protagonisti, il ringraziamento ai collaboratori, la promessa di un ritorno sul palco e un grande applauso.

Romaggi Mattia e Stagnaro Giulia

maggianiQuesta la domanda rivolta al pubblico dell’Auditorium San Francesco che, con Maurizio Maggiani e il responsabile di XTe, le pagine di cultura e spettacolo de “Il Secolo XIX”, Andrea Plebe, non ha discusso di “fake news”, ma di panzane, bufale e menzogne.

Maggiani la chiama “felicità degli occhi bendati”, tanto cara all’uomo e al suo desiderio innato di rendere tollerabile la realtà, così com’è. Secondo l’autore è proprio attorno a questo sentimento che ruota l’economia delle notizie false, da milioni anni. Del resto Troia, la mitica città narrata nell’Iliade, non era altro che una cittadina in un punto strategico divenuta celebre grazie a un uomo che ha fatto di quella guerra la propria passione, ma che comunque è e rimarrà leggenda.

Le informazioni fallaci pertanto, secondo Maggiani, non sono necessariamente frutto di un business creato per trarre in inganno con titoli accattivanti, ma potrebbero nascere anche per addolcire una vita, indiscutibilmente, complessa.

Se poi la stragrande maggioranza delle persone, nel giro di pochi decenni, si è ritrovata in balia di una democrazia totale in cui l’individuo può conoscere tutto e produrre altrettanto, l’uomo oggi si trova a dover scegliere e questo, è risaputo, non porta che all’infelicità.

Inventare per tollerare, sembra quindi l’unica opzione possibile e credere alle proprie menzogne è senza alcun dubbio la via più semplice.

Caterina Cammilleri, Arianna Casano e Sara Nicatore